“Unapologetic” vale a dire il disco del nuovo millennio che anche Tony Manero vorrebbe

Mi sono accostata al nuovo disco di Rihanna Unapologetic con sentimenti contrastanti: un po’ ispirata e incuriosita dal singolo Diamonds, energico e con un sound intrigante che va oltre il classico singolo preconfezionato adatto al consumo di massa a cui ultimamente siamo assuefatti, e interdetta dalla recensione negativa del Rolling Stone che gli ha dato un due stellette e mezzo di valutazione. Giustamente, si diceva, se in questi tempi essere bravi cantanti non basta, ma serve anche essere un personaggio con cui stupire le masse e comunicare la propria personalità attraverso le proprie canzoni, esattamente Rihanna cosa dovrebbe darci? C’è spazio per lei in uno scenario di giovani donne della musica dove Lady Gaga ci attira con le sue trasgressioni sessuali e culinarie e Kary Perry ci ammalia con le sue faccette?

Dopo aver sentito Unapologetic la mia umilissima opinione è che forse, tra tutte le sue amiche, Rihanna è non solo quella con cui Madre Natura è stata più generosa vocalmente parlando, ma anche quella più precisina. Suoni, sintetizzatori a gogo, beat accattivanti sono armonizzati tra loro in maniera impeccabile, dominati da una voce potente, precisa e con un timbro innegabilmente piacevole. L’opera è molto più che soddisfacente: disco energico, composto da una serie di brani del tipo “Sto per andare in discoteca, wow che bello” e un’altra più intimista che sottintende “Mi sono ubriacata e rifletto sui problemi della mia vita nel mio post sbornia. Lasciatemi stare” e si lascia andare accompagnata dal piano; più che per i virtuosismi stupisce per l’atmosfera quasi incantata che riesce a creare.

I duetti maschili, nuovamente con Eminem in Numb (con un ritmo di batteria molto accattivante), Mikky Ekko in Stay e la collaborazione con David Guetta in Right now sono delle buone hit; deludente il duetto con Chris Brown in Nobody’s business che, dimenticandone la portata mediatica, non convince.

Si susseguono duetti con voci robotiche, sintetizzatori, ritmi Bob Marleyeschi in No love allowed e un brano-confessione come Love without tragedy/ Mother Mary (dal riff anni ’80 alla Bette Davis Eyes). Conclude il disco la ballad al piano Half of me che mette in risalto una voce potente e pulita e dal significato più profondo rispetto al resto del disco, in cui sottolinea che quello che noi vediamo di lei e della sua vita sia solo una metà rispetto a quello che è.

Bisogna riconoscere che attraverso episodi di gossip e altri che, appunto, non abbiamo visto, Rihanna è cresciuta: questo disco è prova della sua maturità e lascia trasparire una voglia di fare sempre meglio. Positivamente impressionata.

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Un amore a tutto synth

In MDNA, tra synth e cori pon pon, c’è spazio per l’amore. E rimango stupita (provando anche profonda ammirazione) nell’ascoltare un brano come Masterpiece, colonna sonora del film W.E. – Edward e Wallis, di cui la stessa Madonna è sceneggiatrice e regista, che oltre ad aver raccolto critiche positive tra gli esperti del settore è stato premiato alla 69a edizione dei Golden globe nella categoria migliore canzone originale.

La raffinatezza del suono e la dolcezza delle lyrics rendono questa romanticissima ballad una pietra miliare nella carriera di un’artista che, dopo 35 anni di carriera, mostra di avere ancora molto da dire, fare e soprattutto cantare con un’originalità che molte sue colleghe più giovani, mostrano di aver smarrito già dopo il secondo album (a proposito di smarrimenti, che fine ha fatto Lady Gaga?).

“Se tu fossi la Monna Lisa/ saresti esposto al Louvre/ Tutti verrebbero per vederti/ ti sarebbe impossibile muoverti” sono le parolee di una donna innamorata di qualcuno “che conta”, qualcuno da condividere con un mondo intero. La storia di un amore difficile, in cui l’umanità del sentimento deve scontrarsi con il ruolo di questa persona nel mondo: c’è un cordone di velluto rosso a separare l’innamorata, spettatrice come tutti gli altri, dall’amato, così perfetto. E l’amore viene quasi avvertito come qualcosa di sbagliato, tanto che lei si sente come un ladro nella notte, intenta a guardare il capolavoro più ambito da tutti. Ma anche i capolavori hanno una loro matrice umana, e in quanto umani non sono indistruttibili, come il ritornello della canzone suggerisce.

Una lezione d’amore e sensibilità, che ricorda a tutti, nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato, la grandezza di Madonna. E che dall’alto della sua arte può cantare a tutte le contendenti al suo scettro She’s not me.

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Quand’ero piccolina e sentivo “Englishman in New York” mi raffiguravo un altezzoso Lord inglese, con tanto di cappello e impermeabile, intento a camminare per le vie della frenetica Grande Mela, tra taxi gialli, ragazzi in bicicletta con cuffie alle orecchie e uomini di affari con tanto di valigetta nella mano destra. Sono le cinque. Il Lord entra nel bar sulla Fifth Avenue e ordina al cameriere un thè, con accento inglese e sopracciglio alzato mentre posa il cappello sulle sue ginocchia e si arriccia i baffetti. Una vera e propria immagine snob.

Ma questa bellissima canzone di Sting del 1987, che dal titolo può essere erroneamente confusa per una celebrazione della propria patria, è un vero e proprio inno alla libertà di essere se stessi, noncurandosi del giudizio degli altri.Un elogio di chi sa chi è e si mantiene fedele alle proprie convinzioni o inclinazioni, nonostante l’avversità dei più.

Riprendendo un celebre motto dell’università di Oxford “le maniere fanno l’uomo”, racconta la storia dell’attore e scrittore Quentin Crisp,  trasferitosi a New York
per lasciarsi alle spalle l’omofobica Gran Bretagna. Toccato dal racconto del suo amico, Sting ne descrive la condizione di “straniero in terra straniera”, di “alieno” rispetto agli altri. Ma l’alienità non è la sua omosessualità, ma la sua gentilezza, così rara nella società che lo circonda, tanto da essere paragonata, con pura poesia, a una candela che di notte è  più luminosa del sole.

Con l’eleganza che lo contraddistingue, Sting elegge l’englishman a eroe del giorno, perchè “ci vuole un uomo per sopportare l’ignoranza e i sorrisi”. E il vero eroe non è chi compie grandi imprese, salva vite o vince la partita di football, ma semplicemente chi ha il coraggio di essere se stesso, con la responsabilità di tutto quello che questa scelta comporta.
“No matter what they say.”

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